Le auto stanno diventando smartphone giganti: cosa sta cambiando davvero nell’industria

Per anni abbiamo giudicato un’auto dal motore, dal design o dalla marca. Oggi, sempre più spesso, la differenza si gioca altrove: nello schermo centrale, nella fluidità del sistema, negli aggiornamenti software e nella capacità di evolversi dopo l’acquisto. Sempre più viene considerata l’auto come smartphone e non come semplice mezzo meccanico (ammesso che lo sia mai stato).

Non è un dettaglio tecnico: è un cambio di paradigma. Le automobili stanno diventando piattaforme digitali su ruote, dove chip, intelligenza artificiale e software contano quanto — e in alcuni casi più — della meccanica stessa.

Ed è proprio qui che l’industria automobilistica sta vivendo la sua trasformazione più radicale degli ultimi cento anni.

L’auto moderna è diventata un dispositivo computazionale su ruote. E capire davvero perché — e cosa significa — richiede di guardare molto più in profondità di quanto facciano la maggior parte degli articoli che trattano questo tema.

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Quando l’auto ha smesso di essere solo un motore

Per decenni, l’elettronica nelle auto è stata trattata come un accessorio. Qualcosa che si aggiungeva sopra alla meccanica, non qualcosa che la definiva. Le ECU — le centraline elettroniche che gestiscono iniezione, cambio, freni — si moltiplicavano silenziosamente ad ogni generazione di veicoli, fino a quando un’auto di fascia media moderna ne contiene tra 50 e 150, ognuna programmata per fare una cosa specifica, spesso sviluppata da fornitori diversi, che comunicano tra loro in modi non sempre eleganti.

L’infotainment è arrivato più tardi, ma è quello che gli utenti vedono e toccano. Il passaggio dai sistemi CD + radio + navigazione separata agli schermi touch integrati ha cambiato la percezione dell’auto come prodotto. Improvvisamente c’era un’interfaccia. C’era qualcosa che poteva essere buona o brutta, fluida o meno, intuitiva o frustrante.

Tesla ha fatto la cosa più ovvia del mondo, che stranamente nessun costruttore tradizionale aveva fatto prima in modo coerente: ha trattato l’auto come un prodotto software fin dalla progettazione. Non ha aggiunto il software alla macchina — ha costruito la macchina attorno al software. Il risultato è stata la prima auto della storia a migliorare dopo l’acquisto in modo sistematico e significativo, attraverso aggiornamenti OTA (Over-The-Air) che nel tempo hanno aggiunto funzionalità, migliorato le prestazioni, persino aumentato l’autonomia della batteria.

Sembrava un trucco di marketing. Era invece un cambio di paradigma industriale.

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, i costruttori cinesi stavano guardando Tesla e decidendo non solo di imitarla, ma di superarla. Nio, BYD, Xpeng, Li Auto, Zeekr: aziende che sono nate nell’era del software e non hanno mai dovuto disimparare decenni di logica meccanica. Xiaomi SU7, lanciata nel 2024, ha portato a un’integrazione con l’ecosistema Xiaomi — smartphone, tablet, casa intelligente — che nessun costruttore occidentale riusciva a replicare. Non perché mancassero le risorse, ma perché mancava la mentalità e tutora fatica a venire fuori se non affidandosi a collaborazioni come quella stretta da poco tra Stellantis e Qualcomm.

I costruttori tradizionali europei si sono svegliati tardi. BMW, Mercedes, Volkswagen Group hanno tutti attraversato — e alcuni stanno ancora attraversando — una dolorosa fase di transizione in cui decenni di architetture hardware proprietarie si scontrano con la necessità di muoversi alla velocità di un’azienda tech.

Chip, AI e software: i nuovi motori invisibili delle automobili

Il termine Software-Defined Vehicle (SDV) è diventato onnipresente nei comunicati stampa dell’industria, al punto da rischiare di perdere significato. Vale la pena capire cosa vuol dire davvero — perché non è solo un modo elegante per dire “auto con tanti schermi”.

Un’auto tradizionale ha un’architettura distribuita: decine di ECU dedicate, ognuna gestisce una funzione specifica, comunicano tramite protocolli come CAN bus. Aggiornare il software di una di queste centraline richiede spesso l’accesso fisico al veicolo, strumenti specializzati, a volte la sostituzione dell’hardware. È un incubo logistico.

Una Software-Defined Vehicle centralizza il calcolo. Invece di 80 centraline separate, ha pochi computer centrali ad alta potenza — basati su SoC (System on Chip) di derivazione consumer tech — che gestiscono tutto attraverso strati software ben definiti. L’hardware diventa una piattaforma stabile; il comportamento del veicolo è definito, modificato e aggiornato via software. Questo è il modello che ha reso possibile gli OTA di Tesla e che tutta l’industria sta cercando di replicare.

Le implicazioni sono enormi. Un’auto SDV può:

  • ricevere aggiornamenti che aggiungono funzioni anni dopo l’acquisto
  • sbloccare capacità hardware già presenti ma non attivate (il famigerato “feature unlock”)
  • essere personalizzata con profili utente che si trasferiscono tra veicoli diversi dello stesso ecosistema
  • inviare dati di telemetria in tempo reale per migliorare algoritmi di guida assistita
  • essere diagnosticata e parzialmente riparata da remoto

Stellantis con STLA Brain — la sua architettura elettronica centralizzata — punta a ridurre il numero di centraline per veicolo e ad abilitare OTA su tutto l’ecosistema dei suoi 14 brand. Non è solo un progetto tecnico, ma una trasformazione architetturale che avrà impatti sull’intero ecosistema del gruppo. L’accordo appena esteso con Qualcomm integra i SoC della Snapdragon Digital Chassis direttamente in STLA Brain per cockpit, connettività e ADAS.

Mercedes ha costruito MB.OS, il suo sistema operativo proprietario, con l’obiettivo di eliminare la dipendenza da fornitori terzi per il software critico. Volvo ha scelto di appoggiarsi a Nvidia. Toyota ha scelto Qualcomm per il cockpit del nuovo RAV4. La mappa dei fornitori tech che entrano nell’auto moderna assomiglia sempre più a quella dell’industria degli smartphone.

Il concetto chiave: in un’auto software-defined, il valore percepito è determinato principalmente dal software, non dall’hardware. Due auto con lo stesso telaio e lo stesso motore possono offrire esperienze radicalmente diverse a seconda del sistema operativo che le governa.

Perché Qualcomm e Nvidia stanno diventando più importanti di molti costruttori

Questa è la parte che l’industria automobilistica tradizionale non vuole sentirsi dire troppo ad alta voce, ma che internamente sa essere vera: il semiconduttore è diventato il nuovo motore.

Qualcomm ha annunciato al CES 2026 che il suo Snapdragon Digital Chassis è presente in oltre 75 milioni di veicoli. Settantacinque milioni. L’elenco dei design win include Toyota (RAV4), BMW, Li Auto, NIO, Zeekr, Leapmotor, Chery, Great Wall Motor — una lista che attraversa continenti e segmenti. La partnership con Google porta Android Automotive integrato con i chip Qualcomm per infotainment e servizi AI a bordo. Il segmento automotive di Qualcomm continua a crescere a doppia cifra ogni anno, diventando uno dei pilastri strategici del gruppo.

Nvidia gioca su un campo diverso ma altrettanto strategico. DRIVE Thor — il successore di Orin — può erogare fino a 2.000 TOPS (Trillion Operations Per Second), abbastanza per gestire guida autonoma, cockpit digitale e AI assistant su un singolo chip centralizzato. Basta confrontarlo con i requisiti di elaborazione dei sistemi di infotainment tradizionali, che sono di ordini di grandezza inferiori, i sistemi di navigazione e infotainment richiedono livelli di calcolo significativamente inferiori: si capisce immediatamente che questi chip non sono dimensionati per il presente, ma per scenari di autonomia avanzata ancora in corso di sviluppo.

Nvidia fornisce Mercedes, Volvo, Lucid, JLR (da 2026), e quasi tutti i grandi produttori cinesi di EV. I ricavi automotive di Nvidia sono cresciuti del 55% nell’intero 2025, con il quarto trimestre che ha segnato +103% anno su anno.

PlayerPiattaformaPotenza AIFocus principaleClienti chiave
QualcommSnapdragon Digital Chassis30–100 TOPS(Cockpit e ADAS entry-level)Cockpit + ADAS + connettivitàToyota, BMW, NIO, Stellantis, GM
NvidiaDRIVE Thor / Orin254–2.000 TOPS(Massima potenza computazionale)Guida autonoma + AI avanzataMercedes, Volvo, JLR, BYD, Zeekr
TeslaFSD Hardware 4/5~600 TOPS(Architettura proprietaria)Full Self-Driving (verticale)Solo Tesla (Ecosistema chiuso)
HuaweiKirin automotive / HarmonyOSVariabile(In base alla configurazione)Mercato cinese, ecosistema HuaweiAITO, Seres, Avatr

C’è qualcosa di storicamente ironico in tutto questo. Per decenni, i fornitori di componenti come Bosch, Continental e Denso hanno avuto un ruolo fondamentale nell’industria auto, ma erano fornitori — non definivano il prodotto. Qualcomm e Nvidia stanno diventando qualcosa di diverso: sono co-progettisti dell’esperienza utente. Quando Toyota sceglie il chip Qualcomm per il cockpit del RAV4, non sta solo comprando un processore — sta comprando un’architettura, un ecosistema software, una roadmap tecnologica.

Apple Car è fallita — ufficialmente archiviata dopo miliardi spesi e quasi dieci anni di sviluppo — ma il suo fantasma aleggia su tutta l’industria. La paura che una tech company prendesse il controllo dell’esperienza utente nell’auto, lasciando il costruttore a fare “solo” la scocca metallica, è stata reale. Non si è materializzata in quella forma, ma la sostanza è avvenuta lo stesso: Qualcomm e Nvidia stanno facendo quello che Apple avrebbe voluto fare, ma attraverso i costruttori esistenti invece che per conto loro.

L’auto come smartphone gigante: analogie e abissi

Il parallelo tra auto e smartphone funziona meglio di quanto si potrebbe pensare, e vale la pena esplicitarlo fino in fondo — incluse le parti scomode.

Gli aggiornamenti OTA sono l’equivalente degli update iOS o Android. Tesla li ha normalizzati. Oggi altri costruttori li usano per correggere bug, aggiungere funzioni, cambiare il comportamento del veicolo. In alcuni casi — come Tesla che ha migliorato le prestazioni di frenata di Model 3 tramite software — l’aggiornamento ha risolto problemi che in un’auto tradizionale avrebbero richiesto un recall fisico.

Gli abbonamenti software sono l’equivalente delle app a pagamento. BMW ha (temporaneamente, poi ha fatto marcia indietro dopo le polemiche) proposto un abbonamento per i sedili riscaldati. Audi vende pacchetti di performance sblocco software. Tesla offre l’FSD come abbonamento mensile. Stellantis punta a generare 20 miliardi di euro in ricavi incrementali entro il 2030 dalla monetizzazione software dei suoi 34 milioni di veicoli connessi.

I profili utente funzionano come gli account cloud: memorizzano preferenze di guida, clima, sedile, volume, e in futuro potrebbero trasferirsi da un’auto all’altra come fa un account Google tra due dispositivi Android.

L’AI assistant a bordo — già presente su molte auto moderne come BMW Intelligent Personal Assistant, Mercedes MBUX, o le implementazioni basate su ChatGPT di alcune case — è l’equivalente di Siri o Google Assistant, con l’aggiunta del contesto veicolo: sa la velocità, sa dove sei, sa cosa sta facendo la macchina.

Ma ci sono anche i lati che nessuno pubblicizza sul configuratore online.

La dipendenza dai server è reale. Alcune funzioni — navigazione in tempo reale, aggiornamenti, certi sistemi di assistenza — richiedono connettività. Quando i server vanno giù, anche l’auto ne risente. Quando un costruttore chiude un servizio, le funzioni che vi si appoggiano smettono di funzionare. General Motors ha chiuso il servizio OnStar Basic nel 2022, lasciando milioni di utenti con funzioni dismesse su auto che avevano pagato convinti che fossero permanenti.

Il bug software è un rischio concreto. Volkswagen ha vissuto anni di infamia per il sistema di infotainment MIB3, carico di problemi software che hanno macchiato la reputazione di modelli come la Golf 8. Non si trattava di difetti meccanici: era codice scritto male, sistemi non abbastanza testati, integrazione complessa mal risolta. In un’auto, un bug può significare navigazione bloccata o connettività assente. In uno scenario più grave — su sistemi ADAS — può significare altro.

La privacy è un tema che l’industria tende a minimizzare. Le auto moderne raccolgono dati di telemetria, posizione, comportamento di guida, conversazioni (se usate con il sistema voice). Tesla è stata oggetto di indagini in Europa e in Cina per le politiche di raccolta dati. La Connected Car è anche una macchina da raccolta dati straordinariamente dettagliata.

Ferrari Luce, Mercedes AMG GT e il problema dell’identità

Ferrari Luce è la prima auto elettrica di Maranello, con prezzi che partono da 550.000 euro, ha ricevuto, per usare un eufemismo educato, un’accoglienza controversa. Lamborghini, nel giro di pochi giorni dal lancio, ha dichiarato pubblicamente di essere “felice” di aver cancellato il suo equivalente, il Lanzador EV. Il CEO di Sant’Agata si è espresso con un’esplicita soddisfazione per la scelta di aver aspettato a guardare il mercato prima di gettarsi nell’elettrico a tutti i costi.

Al di là dei giudizi estetici — che su una Ferrari sono sempre altamente soggettivi — la Luce pone una domanda importante: cosa resta di un brand automotive quando l’estetica, ancor prima del rombo del motore, le vibrazioni, l’ingegnerizzazione sublime, non è più riconoscibile appartenere al brand storico?

Mercedes AMG GT Coupè elettrica ha scelto un percorso diverso. Non ha cercato di essere “di più” tecnologicamente. Ha cercato di essere riconoscibilmente AMG mantenendo l’estetica della versione termica seppur con sportività, peso bilanciato, feedback di guida costruito sul software piuttosto che negato dal software. Il risultato, secondo chi l’ha guidata, è un’auto che convince più razionalmente che emotivamente, ma convince.

La frattura che si sta aprendo nell’industria del lusso e delle supercar non è tra elettrico e termico. È tra costruttori che usano l’elettrificazione come acceleratore per diventare aziende tech, e costruttori che cercano di mantenere l’identità emotiva del brand anche cambiando propulsore. Non è detto che le due strade siano incompatibili — ma richiedono visioni diverse, velocità diverse, e competenze diverse.

Il nodo centrale: come si mantiene il desiderio automobilistico — quella risposta viscerale che fa sì che qualcuno voglia possedere una certa auto — in un mondo in cui il software è diventato il principale differenziatore di prodotto?

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Perché tutte le auto moderne stanno iniziando ad assomigliarsi

Aprite il configuratore di dieci auto diverse del 2026. Guardate gli interni. Schermo centrale grande. Schermo davanti al guidatore. Pochi tasti fisici. Superfici pulite. Design minimalista ispirato — almeno nelle intenzioni — a Tesla. La convergenza è imbarazzante.

Non è solo estetica. È anche funzionale: con gli stessi SoC di Qualcomm sotto al cofano digitale, gli stessi sistemi operativi Android Automotive, le stesse integrazioni Google Maps e Spotify, i cockpit digitali di brand diversi rischiano di diventare quasi indistinguibili nell’esperienza quotidiana. Un utente che passa da una Peugeot a un Jeep potrebbe trovarsi con la stessa interfaccia, la stessa logica di navigazione, la stessa voce digitale oltre che avere lo stesso motore.

Il fenomeno ha una logica economica precisa. Sviluppare un sistema operativo automotive da zero costa miliardi e richiede anni. La maggior parte dei costruttori non può permetterselo — e anche quelli che se lo potrebbero permettere (come Volkswagen, che ha investito enormi risorse in Cariad, la sua sussidiaria software) stanno rivedendo le ambizioni verso il basso dopo risultati deludenti. La scorciatoia è appoggiarsi a Qualcomm, a Google, a Nvidia: si ottiene un prodotto competitivo in tempi più brevi, ma si cede parte del controllo sull’esperienza utente.

L’aerodinamica imposta dall’elettrificazione — coefficienti di penetrazione aerodinamica (Cx) sempre più bassi per massimizzare l’autonomia — sta producendo una convergenza anche sulle forme esterne. Le auto elettriche tendono ad assomigliarsi. Non è una coincidenza: è fisica applicata.

Il rischio non è teorico. È già in corso. E i costruttori che stanno resistendo alla “smartphone-izzazione” dell’esperienza automobilistica — Porsche con i suoi controlli fisici deliberatamente mantenuti, alcuni brand di nicchia che scelgono la semplicità come dichiarazione di stile — stanno facendo una scelta che potrebbe rivelarsi presciente o anacronistica, a seconda di come evolverà il mercato.

Cosa succederà nei prossimi 10 anni

Le traiettorie sono abbastanza chiare, anche se le tempistiche restano incerte.

L’AI diventerà pervasiva nel veicolo, non solo come assistente vocale ma come sistema che impara dagli stili di guida, ottimizza i consumi in tempo reale, gestisce il routing e l’interazione con l’infrastruttura (semafori, pedaggi, parcheggi connessi). Qualcomm chiama già questa categoria “Agentic AI” per l’auto: sistemi che non solo rispondono, ma anticipano e agiscono autonomamente in certi contesti.

Il marketplace automotive — app store per funzioni del veicolo — è il prossimo fronte commerciale. Oggi i costruttori vendono funzioni sbloccabili. Il passo successivo è un ecosistema aperto in cui terze parti sviluppano applicazioni per le auto, come fanno per gli smartphone. Stellantis, Mercedes e altri stanno costruendo le API e le piattaforme per rendere questo possibile.

La guida autonoma arriverà in modo graduale e asimmetrico: alcune zone geografiche, alcune fasce di prezzo, alcune condizioni di traffico. Non ci sarà un “giorno in cui le auto guideranno da sole” — ci sarà una lenta estensione delle zone e dei contesti in cui i sistemi ADAS avanzati possono operare senza supervisione.

Ma ci sono anche scenari meno ottimistici da considerare. L’obsolescenza programmata software — l’equivalente dell’iPhone che rallenta dopo qualche anno, applicato a un bene da 40.000 euro — è un rischio reale. Se un costruttore cessa di supportare un sistema operativo su veicoli vecchi di sette anni, cosa succede alle funzioni che dipendono da quel software? Chi paga gli aggiornamenti di sicurezza su un’auto che ha dieci anni?

Il lock-in degli ecosistemi è già iniziato. Se il tuo profilo utente, le tue preferenze, la tua cronologia di viaggio sono tutti su un ecosistema — diciamo, Mercedes Me — cambiare costruttore diventa più costoso non solo economicamente, ma anche in termini di perdita di dati e di esperienza accumulata. È lo stesso meccanismo che rende difficile abbandonare Apple o Google. Applicato a un bene durevole da decine di migliaia di euro.

La dipendenza dalla connettività trasforma l’auto da oggetto autonomo a oggetto connesso. Una Tesla senza internet funziona, ma perde molte funzioni. Un’auto completamente SDV di quinta generazione potrebbe risultare significativamente limitata offline. In aree con copertura scarsa, in caso di disruption delle reti, questo ha implicazioni pratiche concrete.

La conclusione che nessuno pronuncia ad alta voce

Per un secolo, il cuore dell’auto è stato il motore. Non solo meccanicamente — culturalmente. Il motore era ciò che determinava il carattere di un’auto, la sua personalità, il motivo per cui qualcuno potesse desiderarla visceralmente. Il suono, la risposta al pedale, il modo in cui tirava su di giri: erano tutte storie che il motore raccontava al guidatore.

Nel prossimo decennio, quel cuore sarà il software. Non perché sia superiore o inferiore — sono categorie diverse — ma perché è lì che si concentrerà la differenziazione, la value proposition, l’esperienza utente. Il propulsore diventerà sempre più commoditizzato, specialmente sull’elettrico: motori sincroni a magneti permanenti di diversi produttori offrono prestazioni simili, e il gap tra un’auto e l’altra si decide su come il software gestisce la potenza, la rigenerazione, la guidabilità.

Le persone continueranno a desiderare emozione. Questo non cambierà. Ma il modo in cui quell’emozione verrà costruita e consegnata cambierà radicalmente. Il rombo di un V8 rimarrà per chi lo vuole e può pagarlo. Ma per la maggioranza del mercato globale, l’emozione automobilistica del futuro sarà costruita da ingegneri del software che lavorano su algoritmi di risposta del pedale, da designer che creano interfacce coinvolgenti, da product manager che decidono quali funzioni sbloccare e quando.

È una trasformazione che fa paura e affascina allo stesso tempo. Come tutte le trasformazioni vere.

FAQ: auto come smartphone, chip e futuro dell’industria

Cos’è una Software-Defined Vehicle?

Una Software-Defined Vehicle (SDV) è un’automobile la cui architettura centralizza il calcolo su pochi computer di bordo ad alta potenza, invece di distribuirlo su decine di ECU dedicate. Il comportamento del veicolo — dalla gestione del powertrain all’infotainment, dai sistemi di assistenza alla personalizzazione — è definito e modificabile via software. Questo permette aggiornamenti OTA, sblocco di funzioni post-acquisto e una gestione del ciclo di vita del prodotto simile a quella di un dispositivo consumer electronics.

Perché le auto ricevono aggiornamenti OTA?

Gli aggiornamenti OTA (Over-The-Air) permettono di modificare il software del veicolo senza che il proprietario debba portarlo in officina. Tesla è stato il primo costruttore a normalizzare questa pratica, usandola per aggiungere funzioni, migliorare le performance, correggere bug e risolvere problemi di sicurezza. Oggi molti costruttori — Mercedes, BMW, Volkswagen, Stellantis — hanno implementato sistemi OTA propri. Il vantaggio per il costruttore è la possibilità di migliorare il prodotto dopo la vendita e potenzialmente monetizzare nuove funzionalità. Il vantaggio per l’utente è ricevere miglioramenti senza spostarsi. Il rischio è la dipendenza dal supporto continuato del costruttore.

Qualcomm e Nvidia stanno davvero cambiando il settore auto?

Sì, in modo strutturale. Qualcomm ha dichiarato al CES 2026 che il suo Snapdragon Digital Chassis è presente in oltre 75 milioni di veicoli, con design win che includono Toyota, BMW, NIO, GM e Stellantis. Nvidia domina il segmento premium con DRIVE Thor, che eroga fino a 2.000 TOPS per applicazioni di guida autonoma avanzata, ed è fornitore di Mercedes, Volvo, JLR. I ricavi automotive di entrambe le aziende crescono a doppia cifra ogni anno. Non sono più solo fornitori di componenti: sono co-progettisti dell’esperienza utente e della roadmap tecnologica del veicolo.

Le auto moderne sono davvero più simili agli smartphone?

Funzionalmente, le analogie sono concrete: aggiornamenti software periodici, abbonamenti per funzioni aggiuntive, profili utente personalizzati, app ecosystem, AI assistant, telemetria cloud. La differenza fondamentale è che un’auto è un bene durevole da decine di migliaia di euro che si usa per 10-15 anni, mentre uno smartphone si cambia ogni 2-3 anni. Questo rende i rischi connessi — obsolescenza software, dipendenza dai server, lock-in degli ecosistemi — molto più gravi e duraturi nel caso dell’auto.

Quali rischi porta la digitalizzazione delle auto?

I rischi principali sono: obsolescenza software su veicoli ancora funzionanti meccanicamente ma non più supportati dal costruttore; dipendenza dalla connettività per funzioni critiche; bug software su sistemi che in precedenza erano puramente meccanici; raccolta massiva di dati personali (posizione, comportamento di guida, conversazioni); lock-in degli ecosistemi che rende costoso cambiare costruttore; e potenziale vulnerabilità a cyberattacchi su sistemi sempre più connessi.

Tesla ha davvero cambiato l’industria automotive?

L’impatto di Tesla sull’industria è difficile da sopravvalutare. Ha dimostrato che un’auto può migliorare dopo l’acquisto, che i clienti sono disposti a pagare per funzioni software, che un costruttore tech-first può creare brand desiderabilità. Ha forzato ogni grande costruttore a rivedere la propria architettura elettronica, i propri processi di sviluppo software, la propria strategia di monetizzazione post-vendita. Anche chi non ama Tesla come prodotto riconosce che ha ridefinito le aspettative del mercato.

Ferrari e AMG stanno affrontando l’elettrico nello stesso modo?

No, e la differenza è istruttiva. Ferrari con Luce ha scelto un approccio che punta a dimostrare che l’elettrico può essere Ferrari, ma la ricezione è stata controversa — anche Lamborghini si è dichiarata soddisfatta di aver aspettato, dopo aver osservato la reazione al lancio Ferrari. Mercedes AMG GT Elettrica ha invece cercato di mantenere il DNA sportivo del brand all’interno della nuova architettura, puntando più sulla guidabilità che sulla dichiarazione di innovazione.

Le auto del futuro avranno ancora un’identità propria?

È la domanda più difficile. Il rischio della convergenza è reale: stessi chip, stesso OS, stesse interfacce, stessa aerodinamica. Ma c’è anche un contromovimento: costruttori che scelgono deliberatamente di differenziarsi attraverso l’esperienza di guida, la qualità dei materiali fisici, la semplicità delle interfacce contro la complessità, la coerenza del brand attraverso le generazioni. L’identità automobilistica non è mai stata solo tecnica — è stata cultural, emotiva, estetica. Queste dimensioni non spariscono con la digitalizzazione. Si trasformano.

 

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Gianni Fiore

Gianni Fiore

Tutto ciò che è semplice mi annoia mortalmente, la mia mente ha bisogno di snocciolare i segreti dei "massimi sistemi" per restare sveglia. Caparbio all'inverosimile, intuitivo e sempre pronto ad adottare la filosofia zen del vaffa per direttissima. Qualcuno dice che ho anche dei difetti, ma non so se credergli o meno. Negli ultimi anni la mia vita è cambiata ed ho deciso di godermi ogni istante.
"Mentre si rinvia, la vita passa" - Seneca

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